domenica 5 febbraio 2012

Buon Compleanno Mr.Gibson*

Io e Laura da adolescenti sognavamo di sposare vari cantanti/musicisti famosi e trascorrevamo ore cercando di immaginare una stressante ma esaltante vita fatta di chitarre sparse in giro, ispirazioni improvvise, concerti in giro per il mondo e attese infinite.
Quello che non immagini è che la vita di un artista* comincia con la gavetta. Con tante, tante prove.
E registrazioni di demo. E ascolti e riascolti di pezzi riarrangiati duemila volte.
Ho già detto tante prove?
Quindi, se tu lettrice hai in mente di sposare un cantante o un musicista, ti consiglio di orientarti sui quaranta-cinquantenni.

Io invece questa sera eviterò di innervosirmi per l'ennesimo ritardo dovuto alla Musica, mia eterna rivale.
Ma solo per un motivo: è il suo* compleanno, non il mio.

venerdì 3 febbraio 2012

Sì, la vedo anch'io

 
"Grazie per la neve che sta scendendo. Mi è sempre piaciuta, ma adesso mi sembra proprio puntuale. Tempestiva. Porta pulizia. Porta bianco. Costringe all'attenzione. Ai tempi lunghi. Lima rumori e colori. Lima le bave dei sensi. Ce n'è bisogno. Ancora per un po'."
Ligabue - La Neve Se Ne Frega

mercoledì 1 febbraio 2012

Elena aiutami

Non so cosa mi succede.
O meglio, lo so benissimo, ma questa volta non posso crollare.
La verità è che ho sempre odiato avere scadenze, ordini dall'alto, fretta, impegni presi senza considerare che magari dopo qualche giorno, o qualche ora, io cambio idea.
E quando io cambio idea, solitamente non mi faccio molti problemi.
Ho sempre mandato tutto all'aria con una facilità impressionante, giustificandomi con la mia logica da grande pensatrice. C'ero arrivata a 17 anni, aprendo un blog che chiamai "Gli alibi di Elena", in cui mi ripromettevo di scavare a fondo la mia vigliacca versione delle vita.
Alla fase della demolizione di tutte le mie scuse è seguita quella del trionfo: mi sono sentita appena nata, nel momento in cui ho deciso che avrei espresso sempre il mio potenziale, alla faccia di una società che mi voleva disadattata, triste e paranoica.
Ho deciso che non mi sarei più aggrappata ai miei alibi e sono andata avanti convinta di aver fatto grandi passi.
Per capirci, mi sarei impegnata a non perdere i documenti, anzichè fregarmene pensando che non sono fatta per questa burocrazia soffocante. Mi sarei messa a dieta seriamente, anzichè fregarmene pensando che il grasso in eccesso non fosse altro che la trasposizione empirica della mia avidità di vita. Avrei concluso gli impegni senza alzare la testa, anzichè mollare tutto dicendomi che scoperto il meccanismo, io ho bisogno di nuovi stimoli.
Tutti questi buoni propositi hanno funzionato, ma il mio cervello ha imparato a trovare alibi più sofisticati, dei quali non mi rendo conto finchè non sento il pugno allo stomaco.

Ho lasciato due volte l'università per la mancanza di stimoli di cui sopra, ho provato a lavorare scoprendo che non sopporto in alcun modo l'abuso di potere.
Il mio anti-capitalismo adolescenziale mi è rimasto appiccicato addosso e l'idea di fare carriera in questo mondo di merda mi fa venire la nausea.
Un giorno mio zio mi ha detto che se avessi preso un mini-laurea in igiene dentale mi avrebbe fatto lavorare nel suo studio. Mi sono detta che era meglio di niente, e ho fatto il test d'ingresso per le discipline sanitarie.
Sono rientrata in un corso di infermieristica per puro culo, dal momento che non ho mai studiato le scienze e, tornando da un viaggio di 40 giorni on the road, non avevo neanche una chance con le domande di attualità.

Il primo giorno di lezione sono andata solo perchè continuavo a non trovare un lavoro decente.
Il secondo giorno anche.
Il terzo giorno c'era lezione di Infermieristica-propriamente-detta, e io mi sono innamorata.

Mi sono innamorata del concetto di "prendersi cura", delle origini antiche di un ruolo fondamentale, dell'IPASVI e di Florence Nightingale.
Ho immaginato me stessa in reparto, vestita di bianco, pronta a fare solo del bene, solo del bene. Ho immaginato di essere finalmente utile, praticamente, ogni giorno.

Il mio primo reparto è stato oncologia. E per quanto quell'esperienza mi abbia stravolto emotivamente, ho un ricordo stupendo dei piccoli progressi quotidiani, dei ritmi incalzanti, dei pazienti che ho avuto fra le mani, dei parenti che ho avuto fra le braccia, dei colleghi tirocinanti che ho avuto tra le palle, e degli infermieri che mi hanno sopportata, sgridata, aiutata, guidata.

Ora ho cambiato reparto, ed è tutto diverso. Il clima è tetro, la caposala odia tutto e tutti e abusa del suo potere senza motivo, senza considerare neanche la sacrosanta priorità che hanno i pazienti.
Le infermiere sono stremate, demoralizzate e nervose. A volte hanno qualcosa da insegnarci, ma molto più spesso solo voglia di sfogarsi a nostre spese.

Così oggi non sono andata, come del resto per tutto il mese di dicembre.
Non voglio tornare ad essere l'Elena degli alibi. Voglio il coraggio di affrontare questo tunnel, perchè finirà, e ci sarà un altro reparto e un'altra esperienza.
Voglio alzarmi domani mattina alle cinque e mezza e ritrovare l'entusiasmo per questa missione.
Non voglio mollare.




sabato 31 dicembre 2011

Eppi niu iar

Ho deciso di fare una cosa originalissima, ovvero tirare le somme di questo 2011 ed elencare i buoni propositi per l'anno nuovo.
Ebbene.
E' andata come è andata, ho fatto il possibile, e sarà così anche per i prossimi 365 giorni.

ESTICAZZI.

mercoledì 21 dicembre 2011

sembra sempre un po' troppo quello che non ho fatto


Non so dire come mi riduco per dare questi esami.
Ho ancora un intero giorno prima che quella donna mi chieda di elencarle i cocchi.
E le clamidie. E i virus, le colorazioni Gram e Ziehl-Nielsen.
Poi sarà la volta delle malattie ereditarie, congenite, ambientali. Dei traumi, delle radiazioni, dell'immunità, del cancro.
Io non ho un minuto di tempo per accorgermi che è Natale e se non mi danno un voto decente per rivalutare questo confuso ma zelante impegno, io li impalo.



martedì 13 dicembre 2011

Vita, Morte e nessun miracolo



Hemingway nel nuovo (bel) film di Woody Allen dice al protagonista che fare l'amore serve a dimenticare, allontare per un po' il concetto di morte che accompagna tanti artisti.
Il protagonista rispondeva di non essere mai riuscito a non pensarci, e io seduta al mio posto nel cinema ho annuito sconsolata. Chissà perchè.
Se per anni la consapevolezza di non essere immortali mi ha accompagnato da una certa distanza "di sicurezza", con il primo reparto assegnato per il tirocinio di infermieristica mi sono ritrovata a farci i conti faccia a faccia.
Lavorare in medicina oncologica mi ha insegnato di tutto, ma il primo concetto che va somatizzato è che da un momento all'altro, pur senza colpe e a prescindere da chi sei, qualcosa comincia a crescere dentro di te fino a ucciderti. Qualunque sia il tuo programma per l'estate, nonostante i figli piccoli o la vita sana.
Dopo quattro mesi lì dentro ho imparato a non lamentarmi, a non discutere se non è indispensabile, a ricercare più di prima il benessere mio e di chi ho intorno senza puntare a un futuro incerto e lontano, ma cavalcando il presente. Se dire "vivi come fosse il tuo ultimo giorno" è una banalità, attuare questa massima è difficilissimo.
Io mi sono resa conto di farlo da almeno un decennio, ma di nascosto, credendo in fondo che si trattasse di una mancanza di coraggio, di senso del dovere. Non pianificare per molti significa non vivere.
Oggi posso dire di non sentirmi inadeguata, solo un po' più consapevole, di molti miei coetanei.
Accettare l'esistenza del dolore, della malattia, e della morte, è un passo che non si fa finchè non si è costretti. Per questo ne scrivo: nessuno vuole parlarne. E forse tu che leggi ti senti già a disagio.

Siamo in un'epoca tremendamente superficiale, in cui chi nomina l'etica è un moralista, chi fa la scelta più onesta è un povero fesso, chi parla di morte porta sfiga e chi si tiene informato un rompicoglioni.
Penso ai bambini che oggi hanno dieci, dodici anni, che formano la propria coscienza sull'esempio di genitori frustrati e confusi. Mi chiedo, avranno ancora modo di leggere Jack London? Sarà ancora possibile appassionarsi alla storia, alla mitologia, alla filosofia?
La mia generazione (1985) si è sfibrata nel tempo pur essendo partita dagli ultimi guizzi di orgoglio italiano: ci dicevano di studiare, ci invitavano a sognare e a puntare alto. Per essere gli scrittori, gli scienziati, i Nobel del futuro.
I nostri genitori avevano successo, tutto sembrava mettersi per il meglio. E nonostante questo, siamo finiti nelle discoteche a calarci acidi per dimenticare la settimana di lavoro sottopagato e frustrante.
Come trasmetteremo ai nostri figli il coraggio di puntare su se stessi, e contemporaneamente sul gioco di squadra, se noi per primi siamo individualisti falliti?
Saremo forse una generazione di genitori costretti a dire "Guardami, non fare la mia fine..."?

La morte ci ricorda che non abbiamo scelta. Fare l'amore ci fa dimenticare che moriremo perchè ci regala l'opportunità di avere un futuro attraverso i nostri figli.
Se non per la gloria, se non per onestà intellettuale, se non per amore del vero, è egoisticamente anche solo una questione di famiglia: aprire gli occhi, rivedere la nostra paura di sentire, di comprendere e di affrontare i nostri errori.
Accettare di averne commessi, senza cadere nell'inflazionata depressione.
Ritrovare, nascosto da qualche parte, l'orgoglio necessario giorno per giorno.