mercoledì 1 febbraio 2012

Elena aiutami

Non so cosa mi succede.
O meglio, lo so benissimo, ma questa volta non posso crollare.
La verità è che ho sempre odiato avere scadenze, ordini dall'alto, fretta, impegni presi senza considerare che magari dopo qualche giorno, o qualche ora, io cambio idea.
E quando io cambio idea, solitamente non mi faccio molti problemi.
Ho sempre mandato tutto all'aria con una facilità impressionante, giustificandomi con la mia logica da grande pensatrice. C'ero arrivata a 17 anni, aprendo un blog che chiamai "Gli alibi di Elena", in cui mi ripromettevo di scavare a fondo la mia vigliacca versione delle vita.
Alla fase della demolizione di tutte le mie scuse è seguita quella del trionfo: mi sono sentita appena nata, nel momento in cui ho deciso che avrei espresso sempre il mio potenziale, alla faccia di una società che mi voleva disadattata, triste e paranoica.
Ho deciso che non mi sarei più aggrappata ai miei alibi e sono andata avanti convinta di aver fatto grandi passi.
Per capirci, mi sarei impegnata a non perdere i documenti, anzichè fregarmene pensando che non sono fatta per questa burocrazia soffocante. Mi sarei messa a dieta seriamente, anzichè fregarmene pensando che il grasso in eccesso non fosse altro che la trasposizione empirica della mia avidità di vita. Avrei concluso gli impegni senza alzare la testa, anzichè mollare tutto dicendomi che scoperto il meccanismo, io ho bisogno di nuovi stimoli.
Tutti questi buoni propositi hanno funzionato, ma il mio cervello ha imparato a trovare alibi più sofisticati, dei quali non mi rendo conto finchè non sento il pugno allo stomaco.

Ho lasciato due volte l'università per la mancanza di stimoli di cui sopra, ho provato a lavorare scoprendo che non sopporto in alcun modo l'abuso di potere.
Il mio anti-capitalismo adolescenziale mi è rimasto appiccicato addosso e l'idea di fare carriera in questo mondo di merda mi fa venire la nausea.
Un giorno mio zio mi ha detto che se avessi preso un mini-laurea in igiene dentale mi avrebbe fatto lavorare nel suo studio. Mi sono detta che era meglio di niente, e ho fatto il test d'ingresso per le discipline sanitarie.
Sono rientrata in un corso di infermieristica per puro culo, dal momento che non ho mai studiato le scienze e, tornando da un viaggio di 40 giorni on the road, non avevo neanche una chance con le domande di attualità.

Il primo giorno di lezione sono andata solo perchè continuavo a non trovare un lavoro decente.
Il secondo giorno anche.
Il terzo giorno c'era lezione di Infermieristica-propriamente-detta, e io mi sono innamorata.

Mi sono innamorata del concetto di "prendersi cura", delle origini antiche di un ruolo fondamentale, dell'IPASVI e di Florence Nightingale.
Ho immaginato me stessa in reparto, vestita di bianco, pronta a fare solo del bene, solo del bene. Ho immaginato di essere finalmente utile, praticamente, ogni giorno.

Il mio primo reparto è stato oncologia. E per quanto quell'esperienza mi abbia stravolto emotivamente, ho un ricordo stupendo dei piccoli progressi quotidiani, dei ritmi incalzanti, dei pazienti che ho avuto fra le mani, dei parenti che ho avuto fra le braccia, dei colleghi tirocinanti che ho avuto tra le palle, e degli infermieri che mi hanno sopportata, sgridata, aiutata, guidata.

Ora ho cambiato reparto, ed è tutto diverso. Il clima è tetro, la caposala odia tutto e tutti e abusa del suo potere senza motivo, senza considerare neanche la sacrosanta priorità che hanno i pazienti.
Le infermiere sono stremate, demoralizzate e nervose. A volte hanno qualcosa da insegnarci, ma molto più spesso solo voglia di sfogarsi a nostre spese.

Così oggi non sono andata, come del resto per tutto il mese di dicembre.
Non voglio tornare ad essere l'Elena degli alibi. Voglio il coraggio di affrontare questo tunnel, perchè finirà, e ci sarà un altro reparto e un'altra esperienza.
Voglio alzarmi domani mattina alle cinque e mezza e ritrovare l'entusiasmo per questa missione.
Non voglio mollare.




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